Pensioni: il governo pensa al taglio degli aumenti per finanziare quota 103

Potrebbe essere inferiore a quanto preannunciato la rivalutazione delle pensioni, in particolar modo i trattamenti superiori ai 2.000 euro.

L’esecutivo infatti è alla ricerca di risorse per finanziare la nuova quota 103, la misura che permetterà di lasciare il lavoro a 62 anni e 41 anni di contributi.

Quota 103 dovrebbe riguardare una potenziale platea composta da 48 mila lavoratori. Dovrebbe costare circa 750 milioni. La stanno vagliando i tecnici al lavoro per mettere a punto la manovra di bilancio, che dovrebbe aggirarsi attorno ai 32 miliardi.

I sindacati hanno già avanzato critiche all’ipotesi di un taglio della rivalutazione delle pensioni. Per le sigle sindacali l’unica via per tutelare il potere d’acquisto dei pensionati – molto intaccato da inflazione e caro vita – è aumentare gli assegni.

Le ipotesi al vaglio del governo

Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha spiegato le misure allo studio dell’esecutivo. Il titolare del Mef ha ribadito che le voci di spesa diverse da quelle per il caro bollette – al quale sarà riservata la porzione più rilevante delle risorse stanziate nella legge di bilancio – dovranno trovare finanziamento all’interno degli stessi capitoli di spesa. La stretta sul reddito di cittadinanza infatti non basterà a coprire la spesa degli interventi sul capitolo pensioni.

Stando a quanto riferisce il Messaggero, il governo sta pensando a una rivalutazione del 50% degli aumenti dei trattamenti che superano di 4-5 volte il minimo. Ossia le pensioni superiori ai 2.100 o 2.600 euro lordi mensili. Allo stato attuale per le pensioni comprese tra 4 e 5 volte il minimo la rivalutazione prevista è al 90% e al 75% per quelle superiori alla soglia di 5 volte il minimo, che adesso potrebbero calare al 50%.

L’alzata di scudi dei sindacati

«Da quanto apprendiamo il governo Meloni sta lavorando per congelare la rivalutazione delle pensioni. In particolare vogliono colpire quelle di chi ha lavorato per oltre 40 anni versando tutti i contributi». È il commento del segretario generale dello Spi-Cgil Ivan Pedretti sull’ipotesi di taglio della rivalutazione pensionistica. «Si tratterebbe -prosegue Pedretti – di una operazione di cassa fatta ai danni di pensioni operaie, frutto di una vita di lavoro, per finanziare altre misure e per mandare in pensione qualche lavoratore. Divide et impera, come nella peggiore tradizione della destra. Se lo faranno non staremo in silenzio e ci faremo sentire».

Le critiche arrivano anche dalla Uil pensionati. «Sarebbe veramente un pessimo inizio per questo governo. Si parla oltretutto di un intervento su pensioni lorde (che già non hanno la rivalutazione piena) tali da non poter essere considerate ricche e che sono frutto di anni di lavoro e di contributi», dichiara il segretario generale, Carmelo Barbagallo. «La rivalutazione delle pensioni – aggiunge – è una delle poche armi per conservare nel tempo il potere d’acquisto di pensionate e pensionati, oggi indispensabile, con la crescita galoppante dei costi dell’energia e dei beni di prima necessità».