“Venite, ho ucciso mio figlio”: il padre chiama i carabinieri

Un uomo di 61 anni ha ucciso il proprio figlio nel sonno colpendolo con un coltello. Un esaurimento nervoso e l’accumulo dei debiti alla base della follia omicida, poi la chiamata alle forze dell’ordine per autodenunciarsi. 

Emergono nuovi dettagli dal caso di omicidio avvenuto ieri a Canelli, in provincia di Asti, nel quale un padre ha ucciso con un coltello il proprio figlio. La vittima è Valerio Pesce, 28enne gestore di una tabaccheria in città, e l’assassinio sarebbe avvenuto al termine di una lite con il padre Piero forse per una questione di debiti.

Ho ucciso mio figlio, venite in viale Indipendenza 27, scala A. Vi aspetto” avrebbe detto il padre chiamando i carabinieri, schiacciato dal peso di quanto aveva commesso. E’ mattina presto, non sono nemmeno le 6, la volante arriva in pochi minuti davanti alla palazzina ed entra nell’abitazione. Al secondo piano c’è Piero, ragioniere di 61 anni, che gli apre la porta. Ai piedi del letto c’è Valerio in una pozza di sangue. E’ stato colpito diverse volte a torace, schiena e braccia con un grosso coltello da cucina mentre dormiva, poi deve avere provato a difendersi e scappare mentre veniva assalito dal padre, inutilmente. Inutili i soccorsi, l’uomo era morto da diversi minuti, sul tavolo una catasta di solleciti da parte dei creditori.

IL PESO DEI DEBITI

Stando alle prime indagini coordinate dal tenente colonnello Vittorio Balbo e dal pm di Asti Stefano Cotti, proprio quei debiti sono il motivo dell’omicidio. La tabaccheria aperta da Valerio era stato un investimento pesante, realizzato grazie all’aiuto del padre e della nonna materna, ma le cose non andavano bene, centinaia di migliaia di euro di debiti e il figlio che si era concesso qualche vacanza di troppo insieme alla fidanzata. In tutto questo era Piero a tenere su la baracca mettendosi dietro al bancone per lavorare, pur tenendosi anche un altro lavoro a diversi chilometri di distanza. Ma niente da fare, a novembre la tabaccheria chiude.

Valerio e la compagna venivano qui tutti i giorni — racconta un vicino che fa il barista —. Lui era un ragazzo taciturno e solitario, non ci ha mai parlato di problemi. Si sentono tante voci, ma in 5 anni io non l’ho mai visto giocare un centesimo alle macchinette“. Nella città si racconta che Valerio sperperasse i soldi al gioco, ma un suo amico smetisce: “Vale non aveva vizi. Io non so cosa sia successo, ma era un ragazzo d’oro. Gli devo ancora 30 euro e li voglio restituire. Mi dispiace davvero tanto“.

Forse alla base dell’omicidio anche un esaurimento nervoso del padre dovuto alla morte della moglie Daniela avvenuta 7 anni fa. Si è fatto tatuare il suo nome sul braccio e, secondo i vicini, “è invecchiato di 10 anni in un solo giorno”. “Gli ho parlato due giorni fa — racconta un altro amico —. Mi ha confidato che i motivi della chiusura erano dovuti a ‘scelte poco oculate’. Io ero sollevato, ma lui mi ha detto che una malattia si sarebbe potuta curare, mentre quel disastro era irrimediabile“.