Hammamet, ecco come Favino si è trasformato in Craxi

Svegliarsi alle 4 del mattino, ogni giorno. Alle 4.50 essere già in sala trucco per un make-up dalla durata di oltre cinque ore. Una breve pausa per bere un caffè e poi, attorno alle 11, arrivare sul set ed essere pronto per una intera giornata di riprese. È l’enorme sfida che ha dovuto affrontare Pierfrancesco Favino per interpretare Bettino Craxi in Hammamet.

Hammamet, la trasformazione di Favino

L’ultimo film di Gianni Amelio dedicato alla figura del leader del Partito Socialista Italiano è un thriller di parola che, attraverso l’accurata manomissione cinematografica di testimonianze reali, cerca di mettere in scena una delle figure più controverse e discusse della politica italiana.

Un film che trova il suo “veicolo” perfetto nel corpo di Pierfrancesco Favino. “Ogni film è un viaggio, ma questo è un viaggio davvero particolare. Le uniche persone che vedono la mia faccia quando ci svegliamo per iniziare il trucco sono Andrea e Federica, i truccatori. Gli altri mi vedono arrivare come Craxi e mi vedono andar via come Craxi”, ha spiegato l’attore. 

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Che il risultato finale fosse straordinario lo si era capito già dalle prime immagini. Ma rendere Favino il più somigliante possibile allo storico leader del Psi non era per Gianni Amelio un semplice vezzo estetico, ma una necessità narrativa. Il suo Hammamet infatti fa procedere di pari passo il logoramento della figura pubblica con il calvario fisico, faticoso e spossante, del suo attore protagonista. Per Favino ogni estenuante di trucco ha rappresentato “un rituale di avvicinamento a un altro corpo”, come dichiarato in una intervista a La Stampa.

Hammamet, il Craxi privato

Ma per ovvie ragioni, Favino non poteva semplicemente “limitarsi” ad assomigliare a Bettino Craxi, bensì doveva riuscire, attraverso la sua interpretazione, a comunicare qualcosa sul personaggio che lo spettatore non poteva conoscere dalla asettica cronaca politica (e giudiziaria).

“In Hammamet abbiamo indagato l’aspetto privato di Craxi e, per quanto non sia mio compito giudicare, non si può dire che non amasse il suo Paese e che non si sentisse profondamente italiano”. Della sua “difficile umanità”, spiega Favino, l’attaccamento al proprio Paese, ai valori che spesso identifichiamo come italiani, è stato l’aspetto con cui ha subito empatizzato e che gli ha permesso di calarsi nei panni del leader socialista.

L’interpretazione di Favino cerca il realismo anche lì dove il film si concede a digressioni oniriche: non solo il trucco impeccabile, ma anche un approfondito studio sul tono della voce e sulla cadenza (d’altronde già ne Il Traditore l’attore romano aveva dato dimostrazione di immensa capacità di mimesi).

Favino così crea un personaggio che nessuno spettatore ha mai potuto vedere prima: un leader in rovina che anche nel privato sente la necessità di dimostrarsi “grande”, superiore agli altri. Che cerca in ogni modo di confermare la sua autorità, anche quando in compagnia di pochi cari, ma allo stesso tempo accusa il disperato bisogno di compagnia e vicinanza umana.

Hammamet, Craxi come un vecchio carro armato

Come Amelio cerca di spiegarci attraverso una scena del film fin troppo didascalica, Craxi è il rottame di un carro armato, macchina da guerra ormai estromessa dall’azione per ragioni cliniche (il diabete che lo ha reso quasi immobile) e politiche. Favino riesce a farci capire la condizione di Craxi in quel momento della sua esistenza più efficacemente di quanto non potrebbe fare qualsiasi saggio sul tema.

Quando reagisce agli insulti di un gruppo di italiani in vacanza, Favino pronuncia le sue frasi con il tono di chi ha aspettato tanto tempo per dirle. Come se Craxi, nel corso della sua latitanza, si fosse già preparato delle risposte, poi imparate a memoria, per mettere a tacere i suoi detrattori. Tutto questo non ce lo dice la sceneggiatura, piena di difetti, ma Pierfrancesco Favino attraverso pochissime espressioni ed un’attenta modulazione del timbro della voce.