Coronavirus, quali danni rimangono dopo il contagio

Il professor Maurizio Viecca svela quali parti del corpo subiscono danni dopo il contagio da Coronavirus. In particolare polmoni, reni e fegato sono gli organi più a rischio.

coronavirus conseguenze

La guarigione dal Coronavirus è uno dei momenti più attesi in questo periodo particolarmente complesso e complicato. Ma non è da escludere che alcune parti del corpo umano possano mantenere dei danni anche dopo la guarigione stessa. E a svelarlo è il professor Maurizio Viecca. Il primario di Cardiologia dell’ospedale Sacco di Milano ha fatto capire che il Coronavirus può restare nel nostro organismo anche dopo che il virus è uscito dal nostro corpo. Per questo motivo, in un certo senso, secondo Viecca il Covid-19 non ci abbandona neanche dopo che il tampone emette il tanto atteso esito negativo.

“Ci ritroveremo con circa il 30% di guariti da Covid trasformati in malati cronici e colpiti soprattutto da difficoltà respiratorie – svela Viecca a Il Fatto Quotidiano – . Qui da noi abbiamo avuto persone dimesse e poi rientrate in ospedale dopo un mese con embolie, flebiti e vasculiti”. Dunque il cardiologo del “Sacco” di Milano mette in guardia le strutture sanitarie, che nei prossimi mesi potrebbero dover ospitare nuovi pazienti, per patologie non di poco conte e legate a doppio filo con l’emergenza Coronavirus.

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Il Covid-19 può lasciare dei segni – meteoweek.com

La scoperta portata alla luce dal professor Viecca è stata possibile grazie a una ricerca delle ultime settimane. È stato effettuato uno studio sull’autopsia nei confronti di 38 pazienti, che sono morti mentre avevano contratto il Coronavirus. Stando a quanto svela il primario, “in tutti è stato riscontrato un parametro del sangue, detto D-dimero, molto alto ed espressione di trombosi. Sono stati osservati trombi di fibrina di piccoli vasi arteriosi in 33 pazienti, metà dei quali con coinvolgimento dei tessuti e associati ad alti livelli di D-dimero nel sangue”.

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Il professor Viecca svela anche ciò che le strutture sanitarie dovranno fare per tenersi al passo con tutti i casi futuri. Sarà necessario “implementare la medicina territoriale per poter seguire i malati cronici al loro domicilio”. Intanto, in alcune strutture del Nord Italia si sta lavorando in questa direzione. Ad esempio, l’ospedale Giovanni XXIII di Bergamo si sta munendo con un ambulatorio apposito per il richiamo delle migliaia di guariti. Il direttore della terapia intensiva Luca Lorini, in questo senso, ha svelato che è in corso uno studio su tre livelli di pazienti, dal più grave al meno grave, per scoprire proprio i danni che il Coronavirus lascia nel corpo umano.