Zagaria torna in carcere, ma metà dei mafiosi scarcerati è ancora fuori

Prima le rivolte scoppiate in 22 carceri, poi la scarcerazione di boss rinchiusi al 41 bis: ecco cosa sta accadendo tra i detenuti 

Pasquale Zagaria torna in carcere. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha firmato ieri, martedì 22 settembre, il decreto con il quale viene ripristinata l’applicazione del regime speciale previsto dall’art. 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario nei confronti del boss dei Casalesi. Zagaria era stato messo agli arresti domiciliari per le misure legate al coronavirus, a causa delle sue condizioni di salute. Attualmente il detenuto si trova nella Casa di reclusione di Milano Opera, istituto individuato dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria che ha il compito di comunicare alla magistratura di sorveglianza l’eventuale disponibilità di strutture penitenziarie o di reparti di medicina protetta in cui il condannato può scontare la pena con l’adeguata assistenza sanitaria. Zagaria ha subìto lo stesso trattamento riservato a una parte dei condannati per mafia scarcerati durante il lockdown, ma non tutti sono tornati in carcere. Su 223 detenuti mandati ai domiciliari nel pieno dell’emergenza sanitaria, solo 111 sono di nuovo nelle celle. I restanti 112 si trovano ancora nelle loro abitazioni. Ma facciamo un passo indietro: cosa ha portato Bonafede a prendere un provvedimento simile?

È il 7 marzo, l’Italia sta per entrare in quarantena e il caos sta iniziando ad agitare il Paese. Tra il 7 e il 9 marzo alcune violente ribellioni sconvolgono 22 carceri disseminate per la penisola. Il bilancio è terribile: gravi danni alle strutture, decine di feriti tra carcerati e agenti della polizia penitenziaria, 12 detenuti morti. Le cause ufficiali indicate dai ribelli sono lo stop ai colloqui, la paura del contagio, la richiesta di condizioni migliori, ma stando a quanto ha riportato da Il Fatto Quotidiano si sarebbe piuttosto trattato di rivolte coordinate dalle varie organizzazioni criminali. L’obiettivo sarebbe stato sfruttare l’emergenza per ottenere qualche beneficio, e non sarebbe difficile ricollegare gli avvenimenti di inizio marzo con la concessione degli arresti domiciliari a centinaia di detenuti. Specialmente quelli rinchiusi nel 41 bis, il regime carcerario applicato ai detenuti per mafia.

Il 21 marzo, infatti, il Dap invia una circolare in cui chiede alle case circondariali di stilare la lista dei detenuti più esposti al virus, cioè i malati con più di 70 anni. Il documento darà il via al processo di scarcerazione di alcuni boss mafiosi, a dispetto delle proteste dei magistrati antimafia. Il caso balza presto agli onori delle cronache, così come inizia subito il rimpallo di competenze e di responsabilità tra il Dap e il ministero della Giustizia, guidato appunto da Bonafede. Finché il Dipartimento di amministrazione penitenziaria non decide, a metà giugno, di ritirare la circolare. Attualmente sono in corso le indagini sulle comunicazioni tenute in quei giorni dalle istituzioni competenti. Nel frattempo Bonafede ha ripristinato il 41 bis, ma la settimana scorsa nel carcere di Benevento è scoppiata l’ennesima violenta rivolta, che fa invocare ai sindacati della penitenziaria un intervento del premier Conte per dichiarare “lo stato d’emergenza delle carceri”.


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Il botta e risposta a “Non è l’Arena”

Botta e risposta, durante la trasmissione Non È l’Arena su La7, tra il magistrato Nino Di Matteo e il Guardasigilli Alfonso Bonafede. Il primo ha affermato che nel 2018 Bonafede gli aveva offerto di dirigere il Dap, offerta che sarebbe poi venuta meno, dopo la reazione di alcuni boss detenuti al 41 bis, intercettati, preoccupati per la nomina di Di Matteo al Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria. Bonafede, che propose invece al magistrato la direzione degli Affari penali del ministero, ha telefonato in diretta durante la trasmissione, dicendosi “esterrefatto”, perchÈ la circostanza che lui avrebbe cambiato decisione dopo aver saputo dell’intercettazione (“che peraltro era già stata pubblicata”) “non sta nè in cielo nè in terra”. Bonafede ha aggiunto che l’incarico di capo degli Affari Penali che Di Matteo ha poi rifiutato, “non era un ruolo minore , ma più di frontiera nella lotta alla mafia. Lo stesso incarico che ricoprÏ Giovanni Falcone.