Quel giorno in cui gli inglesi bruciarono il Campidoglio e consacrarono Washington

Nel 1814 le truppe britanniche appiccarono l’incendio che cambiò l’atteggiamento degli americani verso le grandi sedi del governo. Dopo che gli inglesi bruciarono Washington, questa divenne la capitale indiscussa degli Stati Uniti d’America.

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Dopo l’attacco di ieri a Capitol Hill i commentatori continuano a ripetere che si tratta di un episodio senza precedenti nella storia americana. Una irruzione simile risale alle origini di questo luogo. Il Campidoglio ospita i rappresentanti del popolo nei due organi legislativi degli Stati Uniti, Camera dei Rappresentanti e Senato. Fu George Washington a sceglierlo nel 1793. Washington pose la prima pietra di quello che sarebbe diventato il simbolo della democrazia statunitense. Nell’agosto del 1814 il Congresso venne attaccato mentre era ancora in costruzione, nonostante fosse già in funzione. L’edificio venne messo a ferro e fuoco dalle truppe britanniche.

Gli americani avevano dichiarato guerra agli inglesi nel 1812 per rispondere alle interferenze commerciali dell’Inghilterra nei traffici sull’Atlantico. Nell’agosto del 1814, un contingente britannico, dopo aver spazzato le difese statunitensi dalla baia di Chesapeake, occupò Washington. Insieme alla capitale, gli inglesi occuparono anche parte della costa orientale. Da qui, appiccarono il fuoco agli edifici governativi oltre al Campidoglio e la Casa Bianca.

Gli Stati Uniti impreparati contro l’Impero britannico

Duecento anni dopo, il Washington Post pubblicò un lungo resoconto di questi avvenimenti in un articolo ora riproposto. 24 agosto 1814, le sette del mattino: «La giornata iniziò come tante altre a Washington, con un incontro terribilmente lungo segnato da confusione, disinformazione e indecisione. I britannici stavano arrivando, marciando in direzione di Washington». L’obiettivo preciso degli invasori non era chiaro, ma «le loro intenzioni erano sicuramente maligne». E gli Stati Uniti impreparati ad affrontare l’Impero britannico.

James Madison, quarto presidente di questi giovani Stati Uniti, repubblicano come il predecessore Thomas Jefferson, aveva convocato un Consiglio di guerra con i generali e i membri del governo. John Armstrong, ministro per la Guerra, «in clamoroso ritardo alla riunione, aveva sostenuto nei giorni precedenti che i britannici non avrebbero attaccato Washington, perché era troppo poco importante, con i suoi soli 8.000 abitanti e pochi, grandiosi edifici governativi sparsi a grande distanza l’uno dall’altro».

Gli inglesi erano 4.500, soldati forgiati nelle guerre napoleoniche. Gli statunitensi schierarono a difesa della Capitale 5.500 uomini, per la maggior parte milizie locali, composte da agricoltori e commercianti malamente addestrati. E così la riunione del governo si vide recapitare un bollettino secondo cui il nemico era ormai a Bladensburg, a sole sei miglia dal Campidoglio. «I generali si precipitarono sul campo di battaglia, Madison decise di andare anche lui, qualcuno gli diede due pistole. Era un agosto terribilmente caldo e secco, il sole picchiava».

I falò inglesi a Capitol Hill

Secondo diversi storici quella fu una seconda Guerra di indipendenza per gli Stati Uniti. «La difesa di Washington – scrive ancora Joel Achenbach sul Washington Post – era nelle mani del generale William Winder, un avvocato senza particolari meriti militari ma con buoni contatti politici. Il 24 agosto chiaramente non sapeva cosa fare, o come farlo, e neppure dove sarebbe stato meglio essere. Il meglio che si può dire di lui è che quando finalmente arrivò a Bladensburg, gli fu chiaro che le cose sarebbero andate male».

Fu James Monroe, il segretario di Stato americano, a prendersi la briga di riorganizzare la seconda linea di difesa. «Gli americani avevano stranamente mancato di distruggere il ponte di Bladensburg, accelerando così l’avanzata degli inglesi». Con abiti e equipaggiamento inadeguati, alle spalle un giorno di addestramento all’anno passato per la maggior parte a bere, i difensori videro i razzi britannici fischiare sopra la testa di Madison, primo presidente in carica sotto il fuoco nemico. «L’uomo conosciuto come il Padre della Costituzione considerò quindi opportuno posizionarsi nella retroguardia. Molti miliziani ruppero le fila e scapparono a casa». Gli inglesi fecero un falò a Capitol Hill.

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Nel pomeriggio gli inglesi erano in città, a sera a Capitol Hill. «Sapevano come organizzare un falò. Ne accesero molti dentro il Campidoglio, immolando la Corte Suprema, la Biblioteca del Congresso e le splendide aule della Camera e del Senato». Poi passarono alla Casa Bianca, prendendosi dei souvenir e anche qui appiccando incendi a mobili e proprietà private dei Madison. Incendiarono anche la sede del Tesoro e dei ministeri della Guerra e degli Esteri, risparmiando edifici privati. «Questo doveva essere un saccheggio civile – scrive il Post -: niente violenze o uccisioni, saccheggi al minimo. Risparmiarono perfino l’Ufficio brevetti dopo essersi lasciati persuadere che i brevetti sono proprietà privata».

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L’incendio che consacrò Washington

Però il bagliore delle fiamme si vedeva a 50 miglia di distanza. E la guerra si concluse nel 1815 con la vittoria americana nella battaglia di New Orleans ma, di fatto, con un pareggio. Questa guerra ebbe l’effetto di consolidare il nazionalismo degli americani e la loro giovane repubblica. Nonostante non tutti fossero d’accordo sulla scelta logistica delle grandi sedi del Governo, gli incendi che distrussero Casa Bianca e Campidoglio segnarono una svolta: «Gli Usa divennero qualcosa di più di una fragile raccolta di Stati, la Capitale assunse un nuovo significato nella psiche nazionale – racconta il Post -. Quegli edifici bruciati erano un insulto alla nazione. Gli americani si levarono a difesa di Washington D.C. come capitale del governo. Così forse il giorno peggiore di Washington fu una delle cose migliori accadute alla città. Fissata per sempre a questo pezzo di terra sul Potomac».