Covid, la variante Delta preoccupa i rianimatori: “Non commettiamo l’errore della scorsa estate”

L’Italia da oggi ritorna in zona bianca e tutto sembra essere tornato alla normalità. Ma l’appello dei rianimatori è quello di mantenere la prudenza e non commettere gli stessi errori del 2020. La preoccupazione principale è la variante Delta. A raccomandare l’attenzione è Flavia Petrini, presidente della Siaarti.

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L’ottimismo non fa parte del panorama estivo per noi anestesisti rianimatori. Ci fa piacere che si siano ridotti i decessi e i ricoveri Covid, ma non siamo così stupidi da pensare che sia tutto finito. E’ molto più complesso il discorso e il Paese ha la memoria corta. La variante Delta di Sars-CoV-2 ci preoccupa. Se nel frattempo non si capisce che questa non è una tregua, ma può essere la quiete prima del temporale. Anche perché le esigenze di salute non sono diminuite, anzi sono peggiorate. Quindi, cerchiamo di non essere superficiali come la scorsa estate. Perché francamente ritengo che lo scorso anno ci sia stata disattenzione sulla prudenza che il ministero continuava a raccomandare“. Ad esprimere questo timore è la presidente della Siaarti (Società italiana anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva) Flavia Petrini.

La sua dichiarazione ad Adnkronos Salute è un appello a non abbassare la guardia e fare lo stesso errore della scorsa estate. La variante Delta, l”indiana’, è un’incognita che non li lascia tranquilli. “Noi terapisti intensivi siamo cautamente speranzosi che, approfittando di questa fase di allentamento della tensione sugli ospedali, le Regioni rapidamente completino i piani di adeguamento delle terapie intensive.

“Non siamo ottimisti sul fatto che il virus possa essere combattuto se non si procede con la stessa serietà che si sta usando sul piano vaccinale. A maggior ragione perché le varianti sono un’evidente dimostrazione che bisogna arginare la diffusione del virus”.  “Perché saremmo punto e a capo se un domani nuovi mutanti poi non dovessero rispondere ai vaccini, cosa di cui non siamo esperti, ma ci rendiamo conto possa accadere. Io continuo ad avere fiducia nel ministro della Salute, Roberto Speranza, e sono allineata sul tono che usa quando parla”.

La terapia intensiva non va in ferie, in deroga il riposo

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I reparti di terapia intensiva sono ancora in allerta in Italia – meteoweek.com

Per noi anestesisti rianimatori la pressione non si riduce. Non è così alta nelle terapie intensive” come in fase di picco Covid, e “possiamo chiudere quei letti aggiuntivi che avevamo messo ad argine della marea dei pazienti” colpiti dal virus, “ma non è che il personale può andare in ferie. E’ aumentato di una minima quota, ma adesso è tirato per la giacchetta per cominciare a ridurre le liste d’attesa. Giustamente, anche i pazienti chiedono agli ospedali non più schiacciati dall’emergenza di rispondere alle attività di elezione”, ai ricoveri e agli interventi programmati, messi in stand by in fase Covid. “Per quel che ci riguarda, addirittura si stanno immaginando soluzioni per andare in deroga al riposo che sarebbe obbligatorio dopo i turni di guardia, perché non ce la facciamo come numeri“.

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“Noi stiamo partecipando come anestesisti rianimatori” alla sfida post crisi Covid. Se non stiamo in terapia intensiva siamo in sala operatoria, non andiamo in vacanza. Al tempo stesso, come reparti di terapie intensive siamo cautamente speranzosi che i piani di adeguamento consentiti dai finanziamenti e i progetti legati al Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza, ndr) diano sollievo a un sistema sanitario che è abbattuto al suolo, per quanto ci riguarda“. Non c’è solo l’emergenza Covid. Ora bisogna guardare anche alla fase successiva: “Abbiamo dovuto concentrarci su una malattia nuova, badare a esigenze nuove ma i pazienti che hanno bisogno di interventi chirurgici, di terapie del dolore, di diagnosi, di cure, non sono scomparsi“.

Petrini: “Pagheremo le conseguenze di questa pandemia”

“Pagheremo le conseguenze” di questa pandemia, prospetta la presidente Siaarti Flavia Petrini, anche “sulla sopravvivenza e sul livello di salute di una popolazione che non è né ringiovanita né migliorata. Anzi, adesso si nota che sono aumentati casi di neoplasie irrisolte, di mancate terapie del dolore”. E ora servono le risorse per far fronte anche a questo. “Dopo 10-20 anni di riduzione di personale, era atteso” che di fronte a una grossa crisi sanitaria come quella rappresentata da Covid-19 si andasse in affanno. “Il decreto ministeriale 70 del 2015 voleva creare una rete più efficiente riconvertendo ospedali che non aveva senso facessero tutti la stessa cosa. In realtà ho letto un report del sindacato Anaao, che mette drammaticamente in luce come si sono ridotti gli ospedali, ma in percentuale si è ridotto molto di più il personale, perché i piani di reintegro non sono stati rispettati“.

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Inoltre, conclude, “non c’è da illudersi come anestesisti rianimatori che il numero delle borse che sono state aggiunte. Peraltro in prospettiva pare che non vengano mantenute nella stessa misura, sia sufficiente a garantire di popolare i reparti che dobbiamo tenere in piedi. Terapie intensive o sala operatoria, terapie del dolore o punti nascita, per me sono tutti uguali i bisogni dei pazienti. Fra chi sta male e ha bisogno tutti hanno lo stesso diritto. Che abbiano Covid o debbano partorire”.