Gli anni più belli | Gabriele Muccino e la generazione “silente”, fuori dalle ideologie

ULTIMO AGGIORNAMENTO 18:10

Presentato oggi alla stampa l’ultimo film di Gabriele Muccino dal titolo Gli anni più belli. Alla presentazione sono intervenuti gli interpreti principali (Pierfrancesco Favino, Claudio Santamaria, Kim Rossi Stuart, Micaela Ramazzotti), il resto del cast, regista e produttori.


D: Gabriele, questo è un film sulla circolarità tempo. Si tratta anche della storia della tua generazione?

G. Muccino: La grande storia è quella che ci definisce e, anche se non vogliamo, siamo definiti da quello che la grande Storia ci racconta. L’impatto della caduta del muro di Berlino, ad esempio, aprì un orizzonte verso un mondo migliore, “mani pulite” liberò un’idea di cambiamento, rivoluzione, di un reset della classe politica perché ne arrivasse una migliore. C’è sempre un’idea forte di cambiamento dietro alle scelte che ho fatto nel film. L’11 settembre segna un cambiamento ma di segno totalmente opposto, un momento in cui il nostro orizzonte si chiude e noi diventiamo vulnerabili, fragili, e sentiamo di essere attaccabili.

Questi continui slanci verso il cambiamento corrispondono a una continua sfida verso il domani. Tutti i personaggi del film vogliono e sperano che il domani sia un giorno migliore. Sono tutti proiettati verso un traguardo e nessuno di loro è mai rassegnato. Arriverà un momento in cui accetteranno le loro condizioni e faranno una somma di tutti i cambiamenti, ovvero il grande motore di questo film.

Gli anni più belli, Gabriele Muccino e il valore dell’amicizia vera

D: Gli anni più belli, il titolo del film, quali sono?

G. Muccino: Gli anni più belli sono quelli in cui si sente un movimento interiore verso un traguardo che è ancora tutto da esplorare. Gli anni peggiori sono invece quelli in cui c’è la stagnazione, la rassegnazione, l’immobilità interiore ed emotiva. Quindi gli anni più belli non hanno un’età ma hanno un movimento che varia a seconda dell’età. E l’esplorazione continua sempre nel tempo…

D: La ridondanza al cinema aiuta nella ricerca del tempo perduto?

G. Muccino: Per me la ridondanza al cinema è abbastanza sterile, e io in realtà cerco sempre la sostanza. Il cinema continua nella sua esplorazione di strade sempre nuove e questo è quello che cerco di fare io nei miei film.
…questo film è pregno di quello che ho vissuto sperando e sognando di fare cinema. E questo è il mio omaggio più ampio al cinema, e quindi dentro c’è tutto, Zavattini, Risi, Scola e molti altri, anche Fellini. Sono omaggi di una persona che è cresciuta e ha vissuto il cinema grazie a questi maestri, e si è realizzato grazie a quel cinema. È un film ispirato da un’ispirazione…

D: Il riferimento a C’eravamo tanto amati è evidente. In quel film il finale ricongiungeva tutte le storie, a partire dalla politica, qui l’unico baluardo è l’amicizia vera. Anche in questo il nostro paese è cambiato?

G. Muccino: Sì, è decisamente un film sull’amicizia e il collante di questo film è il valore che l’amicizia ha dato come impulso a queste esistenze che, naufragando per gran parte del film, ritrovano senso nelle cose più semplici che avevano conosciuto quando il mondo sembrava infinito, quando le verità erano nelle loro tasche. Dopo che tutto è deragliato, è stato disinnescato, si ritrovano di nuovo alle cose più semplici, ed è un grande omaggio alla semplicità che fa rima innegabilmente con amicizia.

C’eravamo tanto amati s’ispira al cambiamento. Qui però c’è la generazione che è cresciuta all’ombra di tutto quello che quella generazione raccontava. Molte cose di quel film nella nostra generazione non hanno avuto senso e siamo stati in qualche modo schiacciati da tutto ciò che era la storia degli altri, e noi dal canto nostro non abbiamo avuto una nostra storia. La generazione raccontata corrisponde alla nostra esperienza di transizione.

Leggi anche: Gabriele Muccino | 5 film da rivedere aspettando Gli anni più belli

Leggi anche: Pierfrancesco Favino chi è | carriera | vita privata dell’attore

Gli anni più belli – Favino e l’attesa di una generazione “silente”

P. Favino (Giulio): sì, questo è un discorso che abbiamo fatto da molto tempo, cioè il fatto di appartenere a questa generazione, quella che lui ha descritto molto bene. Noi siamo la generazione silente che in un angolo si è messa ad aspettare di ritrovare la propria voce, e che però effettivamente non solo è stata schiacciata, ma continua in qualche modo ancora a essere messa da parte. Noi abbiamo trovato una voce laica che ha una capacità di creazione, e non è un caso che al centro di questo film ci sia l’amicizia, e anche il tempo e come cambiano le cose nel tempo. Credo che questa sia una storia che riguarda tante persone, la necessità dei rapporti umani nella ricerca affannosa di un orientamento.

C. Santamaria (Riccardo): credo che il film analizzi molto bene quello che noi abbiamo vissuto. Il mio personaggio, che rappresenta una generazione smarrita, a un certo punto cerca la sua identità in un movimento politico. Pensa che basti l’onestà, ma l’onestà non è sufficiente. Per fare politica serve una competenza che lui non ha, e lui ingenuamente cerca di partecipare, esprimere la sua opinione. Di fondo è un personaggio che sente di non aver mai avuto modo di esprimersi e questo è rappresentativo di quello che hanno detto anche Gabriele e Pierfrancesco.

K. Rossi Stuart (Paolo): io credo questo sia un film che parla molto della visione del regista, e quindi preferirei parlare solo del mio personaggio. Paolo, prima adolescente, poi ragazzo e poi uomo, è apparentemente un perdente però poi con il tempo e in una visione della vita scevra da vittimismo o dalla necessità esasperata di trovare una conferma fuori da sé e negli altri, in quello raggiunge un’esistenza piena, bella, che io condivido. Io ho amato subito questo personaggio quando ho letto la sceneggiatura. Questo personaggio nella sua semplicità e umiltà mi ha toccato molto.

M. Ramazzotti (Gemma): …quando Gemma a Fontana di Trevi si ritrova con Paolo che la insulta lei rimane lì, non reagisce e non va via. Ha subito delle deprivazioni affettive che l’hanno portata alla non reazione, a subire, e quindi basta un sorriso di un amico, uno sguardo, un flirt e lei riesce a trovare un po’ di battito cardiaco, un po’ di vita, e ad avere reazioni. Perché è un pochino depressa dentro, diciamo in realtà che è disperata. Ma poi torna dall’uomo che ha sempre amato, ritorna alla sua casa. A me piace flirtare con i personaggi fragili e vessati.

Gli anni più belli – Emma: ho giocato a fare “Anna”

D: Emma, com’è stata quest’esperienza sul set, con Gabriele Muccino?
E. Marrone: in realtà, io ho accettato una sfida che mi ha lanciato Gabriele. Io non avevo mai recitato nemmeno nelle recite scolastiche. Gabriele mi ha convinta a tentare, ed è stato meraviglioso perché Gabriele sul set è un regista comprensivo, con modi garbati con tutti. Ho apprezzato molto questa educazione nei confronti del lavoro di tutti. Mi sentivo piccola in mezzo a questi titani del cinema italiano che però tutti i giorni mi hanno sorretta, supportata, non mi hanno mai fatta sentire a disagio o inadeguata, e questo mi ha aiutata molto.

Mi sono approcciata ad Anna (il mio personaggio) di pancia, come se fosse un gioco, ed era l’unico modo che avevo per affrontare questa sfida che mi ha proposto Gabriele e quindi ho giocato a fare Anna, ho giocato a fare la mamma. Ho usato l’immaginazione.