WikiLeaks, negata agli Usa l’estradizione per Assange

Agli Stati Uniti è stata negata l’estradizione per Assange. Negli Stati Uniti l’hacker australiano avrebbe rischiato di essere processato per aver divulgato informazioni segrete e rischiava 175 anni di carcere.

WikiLeaks, Assange

 

Questa mattina l’Old Bailey, la Central Criminal Court, ha deciso di negare agli Stati Uniti la richiesta di estradizione di Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks. Gli Usa accusano Assange di aver violato «l’Espionage Act» con la pubblicazione di documenti diplomatici e militari segreti nel 2010 e rischiava 175 anni di carcere. La giudice distrettuale Vanessa Baraitser che ha motivato la sua decisione sulla base delle preoccupazioni per la salute mentale di Assange. Per la giudice dovrebbe stare in isolamento e sarebbe a rischio suicidio.

Gli avvocati del 49enne australiano avevano invocato il primo emendamento e la difesa della libertà di parola nella loro arringa. Ma la giudice ha respinto queste motivazioni affermando che la sua «condotta, se dimostrata, avrebbe costituito un reato» anche in Gran Bretagna. Ma ha deciso di negare l’estradizione sulla base di altri fattori, affermando che Assange soffre di depressione clinica e ha «l’intelletto e la determinazione» per aggirare le misure di prevenzione del suicidio che le autorità statunitensi avrebbero potuto adottare in carcere.

Gli Stati Uniti avevano già annunciato che in caso di rifiuto dell’estradizione avrebbero fatto ricorso e la conferma è arrivata da parte dell’ambasciata statunitense in Gran Bretagna. Resta ancora irrisolta la vicenda del fondatore di WikiLeaks, anche perché resta da capire se Assange dovrà restare ancora in carcere o se invece verrà rilasciato per gli stessi motivi di salute che hanno determinato la decisione del tribunale di Londra. Intanto la difesa di Assange chiederà la libertà su cauzione del suo cliente.

Come è arrivato all’estradizione il fondatore di WikiLeaks in questi dieci anni

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Assange è rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh nel sud di Londra dall’aprile 2019. Arrestato dalla polizia britannica dopo che l’Ecuador gli ha revocato l’asilo politico. Il giudice britannico Michael Snow ha giudicato Assange colpevole di aver violato le condizioni della libertà vigilata con il massimo della pena, ossia 50 settimane di carcere. In questi mesi vi è erano stati molti appelli per la sua liberazione a causa delle sue condizioni di salute. Ma non sono mancati anche quelli che hanno fatto emergere le contraddizioni giudiziarie.

L’ultimo quella della compagna di Assange, Stella Moris, che in una lettera pubblicata ieri dall’edizione domenicale del «Daily Mail», sostiene che la decisione di consentire l’estradizione non sarebbe solo una «farsa», ma danneggerebbe il diritto alla libertà tanto sostenuto in Regno Unito. Secondo Morris, che da Assange ha avuto due figli, una sentenza favorevole all’estradizione «Riscriverebbe le regole di ciò che è lecito pubblicare» e «congelerebbe il dibattito libero e aperto sugli abusi commessi dal nostro stesso governo e anche di molti altri governi stranieri».

Assange, di origini australiane, ha fondato WikiLeaks nel 2006. Nel 2010 inizia a pubblicare i documenti riservati e hackerati da Bradley (poi diventata Chelsea) Manning, il soldato Usa finito in carcere per aver trafugato decine di migliaia di documenti riservati. Questo è stato graziato da Obama e poi di nuovo arrestata l’8 marzo scorso. Tra il luglio 2010 e l’aprile 2011, Assange pubblica circa 90 mila file sulle guerra in Afghanistan, 500 mila su quella in Iraq, 250 mila cablo diplomatici delle ambasciate americane nel mondo e infine i Guantanamo files. Il file più scottante però è un video che mostra un elicottero apache statunitense durante un’azione a Bagdad nel 2007. L’elicottero spara a 11 persone innocenti tra cui un fotografo e un autista della Reuters. I diari afgani e iracheni rivelano molti ‘incidenti’ e vittime civili dell’intervento americano.

Le accuse per Assange aumentano e l’asilo politico negato

Nel 2010 un tribunale svedese aveva chiesto l’arresto di Assange per tre accuse di stupro, molestie sessuali e di “coercizione illegittima”. Nel 2012 richiede e ottiene asilo politico nell’ambasciata dell’Ecuador. Il timore è quello di essere estradato negli Stati Uniti, una volta messo sotto processo in Svezia, per la rivelazione di enormi quantità di documenti riservati statunitensi. Per sette anni vive con otto agenti della polizia inglese che stazionano 24h fuori dall’ambasciata (per un costo calcolato in 4 milioni di sterline l’anno).

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Alle accuse su Assange se ne aggiunge un altra. L’australiano è sospettato di aver tentato con i suoi leaks di influenzare il risultato delle elezioni presidenziali Usa. Si sospetta che abbia tramato con il Cremlino per danneggiare la candidata Hillary Clinton in favore dell’avversario Donald Trump. Il nome di Assange è dunque associato al Russiagate. Il 6 febbraio 2018 il giudice britannico conferma il mandato di cattura per la mancata presenza all’udienza.

L’Ecuador di Lenín Moreno si dimostra sempre più ostile nei confronti dell’ospite scomodo e gli stacca più volte la connessione internet. Assange punta il dito contro i suoi nemici, colpevoli a suo dire di star facendo pressioni politiche sul governo ecuadoriano affinché lo consegni ai britannici. Cerca di difendersi, denuncia lo spionaggio, denuncia la violazione dei diritti umani. Ma Mendax – questo il suo nickname da hacker- è sempre più isolato fino a che Quito gli revoca l’asilo politico. Ad attenderlo fuori dalla porta dell’ambasciata la polizia britannica, nell’aprile 2019. Poi gli Usa richiedono l’estradizione e si aspetta un nuovo verdetto.