Il silenzio del mondo sulle donne afghane

Una dozzina di donne sono scese in piazza a Kabul, per denunciare il silenzio della comunità internazionale sulla situazione politica, sociale ed economica dell’Afghanistan.

Le donne afghane sono scese in piazza per denunciare il silenzio del mondo. Già, perché dopo l’iniziale accensione dei riflettori, le luci si sono spente e quella parte di mondo sembra essere scomparsa. La presa di Kabul e l’insediamento dei talebani in Afghanistan hanno certamente aperto un altro capitolo delle relazioni internazionali e anche della storia del Paese, che sembra segnato da un tragico destino, almeno per le donne. I Talebani hanno emanato una serie di restrizioni che riguardano il mondo femminile che riportano il paese dell’Asia centrale indietro di qualche secolo. Una serie di restrizioni impensabili, eppure imposte alle donne che non possono fuggire. Le donne hanno il divieto di lavorare fuori di casa, a parte alcune donne medico e infermiere che hanno il permesso di lavorare in alcuni ospedali a Kabul.

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Hanno anche divieto di svolgere attività fuori della casa se non accompagnate da un mahram, un parente stretto come un padre, un fratello o un marito; di trattare con negozianti maschi; di essere trattate da dottori maschi; di studiare in scuole, università o altre istituzioni educative. Hanno invece l’obbligo di indossare un lungo velo che le copre da capo a piedi, pena frustate, botte e violenza verbale e l’obbligo di avere le caviglie aperte. La legge afghana prevede la lapidazione pubblica per le donne accusate di avere relazioni sessuali al di fuori del matrimonio; il divieto di uso di cosmetici; il divieto per le donne di parlare o di dare la mano a uomini non mahram; il divieto di ridere ad alta voce; il divieto di portare tacchi alti; il divieto di andare in taxi senza un mahram; il divieto di essere presenti in radio, televisione, o incontri pubblici di qualsiasi tipo.

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Purtroppo, le restrizioni continuano e la lista è ancora lunga. Per questo, una dozzina di donne sono scese in piazza a Kabul, per denunciare il “silenzio” della comunità internazionale sulla “situazione politica, sociale ed economica” dell’Afghanistan. Le donne si sono presentate come appartenenti “movimento spontaneo delle donne attiviste in Afghanistan” e avevano tra le mani dei cartelli con frasi che denunciavano la mancanza di diritti e l’essere ormai condannate a morte. “Ogni giorno la povertà si fa sentire, i nostri figli muoiono, gli uomini non hanno più un lavoro, si suicidano e il mondo tace”, ha denunciato Husna Saddat, una delle partecipanti alla breve proteste, riporta Agi. “Perché e fino a quando dovremmo rimanere prigioniere in casa? Perchè nessuno ci ascolta? Perché le donne non hanno più il diritto di essere attive nella nostra società?”, ha continuato Saddat.

Il raduno si è svolto all’ingresso di alcuni edifici evacuati da diverse istituzioni e governi poco prima della presa dei talebani. “Chiediamo al segretario generale delle Nazioni Unite di sostenere i nostri diritti, all’istruzione, al lavoro. Oggi siamo private di tutto”, è stato l’appello di Wahida Amiri, una delle organizzatrice. Una manifestazione pacifica, una delle tante diventate regolari a Kabul. L’ultima era stata giovedì scorso. Stranisce, però, che a manifestare siano così in poche e che, soprattutto la comunità internazionale, resti a guardare. Le Quote rosa, che si battono per garantire pari diritti e pari opportunità, avrebbero forse una giusta battaglia da combattere. Ma la loro voce si è ridotta solo a qualche grido, lentamente dimenticato e sommerso da altre sterili polemiche.