E’ finita la missione italiana in Afghanistan: è il momento di fare un bilancio

Due giorni fa, alla presenza del ministro della Difesa Guerrini, si è svolta ad Herat la cerimonia per il ritiro del contingente italiano, presente in Afghanistan da venti anni. Ma la missione, per tutto il contingente NATO, non è per niente “compiuta”.

20 anni di presenza sul territorio: prima a Kabul, poi nella provincia di Herat. Oltre 50mila militari che – per tutta la durata della missione – si sono avvicendati. 53 vittime. Circa 700 feriti. Un costo complessivo di circa 8,4 miliardi di euro, destinato ad aumentare per i costi che la smobilitazione generale imporrà. Per capire la portata dell’impegno italiano in Afghanistan – che si sta formalmente concludendo – è sufficiente dire che oggi il contingente italiano è il terzo per numero di soldati dispiegati, dopo quello americano e quello tedesco. Una missione che, tra le altre cose, ha spesso suscitato polemiche interne per le vittime, i costi, l’ambiguità operativa, gli obiettivi strategici e politici.

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Ed è proprio dagli obiettivi che bisogna partire per provare ad esprimere una valutazione complessiva, obbiettiva ed onesta della partecipazione italiana alle missioni militari internazionali in Afghanistan. Ricordiamo infatti che l’impegno internazionale si sviluppò, praticamente, in tre operazioni diverse. Dopo l’11 settembre del 2001 gli Stati Uniti lanciarono infatti “Enduring Freedom”, con l’obiettivo di colpire e possibilmente rovesciare il regima islamico dei Talebani, oltre che eliminare Osama Bin Laden. L’Italia aderì praticamente subito: con uomini, mezzi, logistica.  Nel 2006 la missione si trasformò nell‘International Security Assistance Force (ISAF), nel 2015 nell’operazione “Sostegno Risoluto”: meno azioni militari dirette, più ruoli di addestramento delle truppe afghane.

Tante denominazioni operative per indicare sempre la stessa cosa: garantire la cosidetta “transizione democratica” dell’Afghanistan, liberandolo (e con lui anche l’Occidente ed il mondo intero) dalla minaccia costituita dal regime islamico dei Talebani. L’assassinio di Osama Bin Laden – avvenuto il 2 maggio del 2011 nel corso dell’Operazione Neptune Spear, condotta dai Navy Seals americani – ha in parte realizzato gli obiettivi che gli Stati Uniti si erano posti nel 2001. Ma per quel che riguarda la sconfitta dei talebani ed il rafforzamento del governo afghano, possiamo dire che i risultati sono molto lontani da quelli che ci si aspettava. E non è possibile prescindere da questo dato per valutare complessivamente anche la partecipazione italiana alla lunga avventura militare in Afghanistan.

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Ad oggi i talebani controllano buona parte del territorio afghano, e sono in espansione. Dopo esser stata messa alle corde nei primi anni dell’invasione a guida americana, l’organizzazione jihadista si è riorganizzata, ed è tornata all’offensiva. Come avvenne nel 2014 in Iraq con l’Isis, l’esercito afghano non sembra in grado di contenere la crescente aggressività talebana. I militari di Kabul, solo nel mese di maggio, hanno subito la perdita di circa 400 soldati in attacchi ed attentati per mano delle milizie islamiche. L’idea di contribuire non solo alla sconfitta del regime terroristico che aveva dato ospitalità ad Osama Bin Laden, ma anche e sopratutto alla realizzazione di uno stato afghano stabile e sicuro, in cui si potesse sviluppare una forma di democrazia, sembra pronta a tramontare con il ritiro dei contingenti internazionali. I ministri Di Maio (Esteri) e Guerini (Difesa) hanno più volte e recentemente ribadito come l’Italia non avesse intenzione di abbandonare il popolo afghano. Lo stesso presidente Biden, in queste ultime ore, si sta accorgendo di come un ritiro militare in tempi stretti favorirebbe un ulteriore rafforzamento delle milizie talebane: ed infatti sta valutando la possibilità di mantenere aperta l’opzione di raid aerei a sostegno dell’esercito afgano, in caso di necessità strategiche. Ma, sulla base della situazione sul territorio, siamo lontani dal poter dire “missione compiuta”: 53 morti, 700 feriti, oltre 8 miliardi di spesa per cosa? Certamente non per quelli che erano gli obiettivi del nostro intervento. In questa fase storica così delicata, in cui i costi dello stato, del welfare, della sanità pubblica sono ormai drammaticamente ben chiari a tutti, teniamo ben presenti questi numeri, e a cosa è servito sacrificarli. A partire, ovviamente, dalle vite umane.