Botte ai detenuti: la violenza in divisa è un danno per lo Stato e va punita [VIDEO]

La vicenda, emersa con un an no di ritardo, delle violenze ai danni dei detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere, ripropone la questione degli abusi da parte di uomini e donne dello stato.

MeteoWeek.com (dal video pubblicato su “Domani”)

L’esercizio della forza da parte dello Stato è un concetto politico, sociale e filosofico su cui il dibattito è acceso da sempre: in che misura è possibile – da parte delle istituzioni – utilizzare la propria capacità repressiva in maniera legittima? Quali sono i confini che consentono di parlare di tortura, di annullamento dei principi democratici, di abusi, di violenza brutale in divisa? I confini sono labili, evidentemente: il contesto sociale, politico, storico e culturale può determinare dei radicali cambiamenti del “punto di vista” con il quale si giudicano gli interventi di chi è preposto a garantire la sicurezza delle istituzioni e della collettività. Ma al punto in cui siamo oggi, dal punto di vista della consapevolezza democratica e della conoscenza dei diritti/doveri di cittadini liberi, qualche punto di riferimento lo abbiamo. Senza dubbio.

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Ad esempio, quello che avvenne a Genova nel 2001 è qualcosa che è andato oltre alla legittimità dell’uso della forza da parte dello Stato: non lo diciamo noi, ovviamente. Lo dicono le molte sentenze emesse da Tribunali della Repubblica Italiana che hanno giudicato come reati le azioni di tanti uomini dello Stato in quei giorni. Uomini e donne in divisa, che hanno indirizzato decisioni e comportamenti in una direzione sbagliata. Questo è, al netto dell’opinione pubblica, divisa come sempre tra chi vuole sempre più “pungo duro” e chi invece è più attento alla salvaguardia dei diritti democratici. Non sono le opinioni e nemmeno la strumentalizzazione politica a determinare lo stato delle cose. Sono i fatti e le loro conseguenze, e cioè le sentenze. Nel caso di Genova, tanti uomini e donne dello Stato commisero dei reati, creando un enorme danno alle istituzioni stesse che dovevano rappresentare. Ripetiamo: queste non sono opinioni personali, editoriali o politiche. Sono fatti.

E potremmo citarne altri, di fatti simili: chi non conosce la drammatica storia di Stefano Cucchi? Il geometra che, mentre era affidato alle forze dell’ordine – e dunque allo Stato – è morto. Dopo una lunga vicenda giudiziaria è emerso che a causare la morte del 30enne romano siano state le brutali percosse a cui è stato sottoposto in una stazione dei carabinieri, poco dopo il suo arresto. Il processo è ancora in corso: al momento è stata emessa solo la sentenza di primo grado, che condanna due carabinieri per omicidio preterintenzionale. Vedremo quel che avverrà nei successivi gradi di giudizio, ma appare abbastanza evidente che anche in questo caso l’esercizio della forza da parte dello Stato, o meglio di chi lo rappresentava, è stato gestito molto male.

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Due casi mediatici, citati per chiarire un concetto: la divisa, che ogni cittadino deve rispettare e considerare riferimento di sicurezza e legalità – non consente ogni tipo di comportamento. Anzi, è il contrario: deve marcare la differenza tra lo stato di natura e la giustizia democratica. Quello che invece è successo, almeno da quel che sappiamo ad oggi, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, non sembra essere qualcosa che abbia a che fare con le dinamiche di uno stato di diritto. La violenza cieca e brutale con cui vengono trattati i detenuti, diciamolo in modo chiaro, non è accettabile. Il carcere è un luogo dove si scontano delle pene, ma dove si hanno anche dei diritti: quello che si vede nelle immagini che circolano ormai da giorni (a partire dal video del quotidiano “Domani”, che potete vedere all’inizio dell’articolo) non ha nulla a che fare con i diritti. E’ violenza, legge del più forte, vendetta (i detenuti avevano inscenato delle proteste nei giorni precedenti, per paura del contagio Covid).

MeteoWeek.com (dal video pubblicato su “Domani”)

Quello che sappiamo dei fatti di S.Maria Capua Vetere, purtroppo, ci conferma che esiste un problema, nell’apparato complessivo delle forze dell’ordine italiane. Non siamo ingenui e nemmeno ipocriti: usare la “mano pesante” a volte è necessario. Ma deve esistere la capacità, professionale ed umana, di comprendere i limiti e di essere consapevoli del proprio ruolo. Ed invece ecco di nuovo il solito copione: una violenza cieca e brutale decisa in maniera corporativistica, le comunicazioni ed i messaggi (tutti recuperati dagli inquirenti) che indicano una cultura della sopraffazione e della brutalità (“li abbattiamo come vitelli”), le modalità da “macelleria messicana”, i calci ed i pugni, il “corridoio umano” con schiaffi e manganellate ai detenuti fatti passare come sotto una forca caudina, le persone denudate ed umiliate. E poi, dopo aver fatto il danno, la paura anche un pò vigliacca: “Questa cosa del Nilo (il reparto del carcere dove sono avvenute le violenze, ndr) ci travolgerà”, “la vedo nera”, scrivevano spaventati gli agenti della penitenziaria quando la responsabilità delle loro azioni iniziava ad emergere.

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E quindi i tentativi di depistaggio, altra vergognosa consuetudine di queste storie di abusi in divisa: è successo per i fatti del G8 di Genova e per il caso Cucchi, tanto per fare un esempio. Un pezzo dello Stato che sbaglia e prova a truccare le carte per evitare di assumersi le sue responsabilità. Ma è accettabile? No che non lo è. Come è inaccettabile ascoltare i soliti messaggi della politica che parlano di “mele marce”, che dichiarano “sempre con le forze dell’ordine” per raccattare qualche voto in più, come se dovesse essere necessario specificare che la collettività di uno Stato stia dalla parte dello Stato stesso.  Eh no, onorevole Salvini (e chi con lui sceglie di assumere questi atteggiamenti): basta strumentalizzazioni, che comprendiamo ma che non possiamo più accettare. “Sempre con le forze dell’ordine” quando le forze dell’ordine lavorano per le istituzioni e la gente, non contro. Un approccio che vale e deve valere per tutte le componenti di una nazione. Gli indizi sono ormai troppi: in Italia le forze dell’ordine hanno un problema, va capito qual’è, e risolto. La solidarietà di prassi non serve a nulla. Al momento, in attesa di conoscere l’esito delle indagini e dei processi, restano i fatti e le conseguenze per i funzionari coinvolti:  8 arresti in carcere, 18 arresti ai domiciliari, 3 obblighi di dimora e 23 interdizioni dall’esercizio del pubblico ufficio. I reati contestati, a vario titolo, sono concorso in torture pluriaggravate ai danni di numerosi detenuti (per 41 agenti), maltrattamenti pluriaggravati, lesioni personali pluriaggravate, falso in atto pubblico (anche per induzione) aggravato, calunnia, favoreggiamento personale, frode processuale e depistaggio. E restano le parole della ministra della Giustizia, Marta Cartabia, che ha definito quel che è avvenuto in quel carcere un “tradimento della Costituzione”. Direi che è abbastanza, in attesa, naturalmente, dei pronunciamenti della magistratura.